Il gruppo equestre è il soggetto più conosciuto di Marino. Può essere visto come un vero e proprio simbolo, un linguaggio originalissimo che adotta per esprimersi e per leggere la realtà. Infatti afferma:
C'è tutta la storia dell'umanità e della natura nella figura del cavaliere e del cavallo, in ogni epoca. E' il mio modo di raccontare la storia. E' il personaggio di cui ho bisogno per dare forma alla passione dell'uomo(…)

Ecco la miglior definizione che si possa usare per descrivere i Miracoli, forme lacerate, tragiche "espressioniste" perché come dice Marino stesso è il mondo che è diventato espressionista. Con queste forme dissolte, estremamente drammatiche Marino dispiega un'ansia tutta di origine etica per la condizione umana. Dice infatti: Ad un certo momento l'idea parte fino a distruggersi. Questa idea infuocata, la poesia di questo cavaliere che ad un certo punto si rompe, vuol andare in cielo, non sta più bene né sulla terra né in cielo, vuol bucare la crosta terrena o vuole addirittura andare nella stratosfera, ma non vuole stare tranquillo sulla terra in mezzo agli uomini che non sono più tranquilli, che sono diventati dei matti. Tenta di scappare: o buca la crosta terrestre o esce fuori nello spazio e finisce per distruggersi per essere addirittura distrutto da questa idea… questo è il periodo della tragedia ancora un po' umana; poi, da ultimo la tragedia c'è ma non è quasi più umana: il cavaliere è diventato un fossile.
Fossili, Gridi. Guerrieri, Composizioni di elementi, titoli che Marino attribuisce alle sue opere quando ormai la forma cavallo/cavaliere è ridotta ad un insieme disconnesso, frammentato dove le due figure sono pressoché irriconoscibili, evocative di un dramma, una tragedia che si è consumata e di cui restano soltanto drammatiche forme senza vita. Le superfici sono taglienti, le linee acute fendono lo spazio, lo spezzano in maniera violenta e niente sembra ormai restare dell'armonico rapporto fra uomo e natura.