01/07/2016
Aleandro Roncarà - Meglio un giorno da Centòmini

Centòmini
Si dice in giro che sia tornato, o che in realtà non sia mai sparito.
Certo è che nel tempo non ha mai perso la voglia di invadere ogni spazio con la Sua pepatissima eleganza pop.
Tanti colori, ma neanche un volto, perché Lui ha tutti i volti possibili del mondo.
Tutti quelli che sarete in grado di cucirgli addosso.
È l’orgoglio di suo padre, Aleandro Roncarà.
È Centòmini, più che un personaggio il camaleontico protagonista dei giorni nostri.

Nasce a Orbetello 49 anni fa e da allora non ha mai smesso di “invecchiare”...dice lui.
Disegna da sempre e su tutto. Fumetti, fumetti, fumetti...
Sono i figli  Carlotta, Brando e Lupo a spingerlo ad impugnare un pennello nel lontano 2005.
Da quel giorno ha dato sfogo al suo istinto per anni rimasto represso... il colore!
I personaggi che animano Mondorondo (l’ameno pianeta senza vocabolario!)  vivono, respirano, sono immersi, sono essi stessi colore puro, diretti, iconici, semplici nel modo di divertire e rallegrare apparendo. A Mondorondo tutto è fantasia e niente è violenza come sottolinea l’artista.
Roncarà delinea le sue figure con contorni neri marcati e robusti, le linee nere diventano veri esoscheletri di pensieri, sostengono i personaggi, sono impalcature buffe e iridescenti, derivano da sogni e idee, da ritornelli di canzoni cantati all’alba, dopo aver fatto le ore piccole al bar sotto casa.
Lui crede fortemente negli accostamenti cromatici inusuali e nel tratto maschio e nero che li separa.
Da qualche anno ha incontrato il mondo della scultura con risultati, a dire degli altri, notevoli. Collabora con importanti aziende di moda, accessori, design e arredamento.
Disegna, sforna torte e dipinge nella sua unica e vera città “eterna” Montecatini Terme.

 

Giocare con le cose serie è un’Arte. L’Arte stessa è una cosa seria. Le cose serie sono i sentimenti, gli ancoraggi ancestrali, l’epigenetica. Aleandro Roncarà prima di essere Artista è un funambolo, un trapezista che acrobaticamente pesca nel bambino che è in tutti noi e con rara abilità semplifica la cifra della vita che è nell’ingenuità, accademia pura dove non c’è albergo per la stupidità. Al termine del filo, all’amo abboccano i colori vivi e uniformi come appaiono agli occhi dei bimbi che li riconoscono come appartenenti al mondo che abitano; abboccano le forme che danzano come fili netti a spartire lo spazio che si fa racconto e pudicamente ironizza le astruseria del complesso e del futuro. E le cose starebbero puntualmente così se nel coro non si intromettessero gli adulti con la loro cultura artefatta, rinnegata dall’entusiasmo che carica lo spettatore in ansiosa attesa di liberarsi dagli orpelli razionali. Tutto ridotto alla cifra del denominatore comune, ci si ritrova tutti, piccoli e grandi, nella immensa stanza di Aleandro Roncarà che come sorpresa sfonda le pareti del luogo chiuso, gironzola scanzonato nei vicoli del suo paese e spiega con la sua arte che il passaporto per visitare il mondo sta nella bontà e nell’allegria di saperlo rappresentare con umiltà cogliendo il cuore delle cose.

Claudio Lecci


 



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