18/01/2017
Alessandra Repossi - Un solo grande silenzio La Shoah. Emblema di ogni affronto alla vita

Alessandra Repossi ha iniziato scattando fotografie di paesaggio per riviste su cui, come giornalista, scriveva articoli; le foto di questi servizi sono uscite, tra l’altro, su Gardenia.
Si è formata alla Nuova Accademia di Belle Arti (NABA) di Milano con Erminio Annunzi e si è dedicata alla fotografia d’arte studiando le opere dei grandi maestri (da Mimmo Jodice a Gabriele Basilico, da Irene Kung a Mario Giacomelli, da Paul Strand ad Ansel Adams, Tina Modotti e altri ancora).
Sta portando avanti un percorso personale di rilettura della realtà, nel tentativo di far emergere l’essenza nascosta delle cose: sono nati così progetti come Urban Shapes, nel quale cerca di togliere il superfluo alla città per cogliere la vera natura delle forme urbane, rappresentate in dettagli quasi macro, Ipotesi di città, in cui ritrae monumenti e angoli nascosti di Pistoia alla ricerca dell’anima senza tempo dei luoghi (in mostra alla Biblioteca Forteguerriana all’interno di “Leggere la città 2014” e nel progetto collettivo Manifesto Urbano, in “Leggere la città 2015”), e Un solo grande silenzio, una rilettura dei campi di concentramento di Mauthausen e della Risiera di San Sabba in cui l’orrore delle vicende è evocato dai toni crudi e contrastati delle immagini.
In seguito all’incontro con gli allievi di don Lorenzo Milani è nato il progetto La memoria dei luoghi, una mostra/volume che, ispirandosi a Un paese di Paul Strand e Cesare Zavattini, vuole contribuire al recupero e alla diffusione degli insegnamenti del priore di Barbiana attraverso l’immagine.
Nel biennio 2014-2015 ha fatto parte del collettivo Gruppo E, con il quale ha partecipato a un ciclo di 10 mostre sulla figura di Leonardo da Vinci ospitate presso la Galleria Spazio E2 di Milano. Il progetto ha dato vita a un volume antologico.

È attiva anche in ambito editoriale, dove svolge servizi fotografici per pubblicazioni saggistiche di vario genere.
Tra le pubblicazioni recenti: Urban Shapes (Pistoia 2011), La memoria dei luoghi. Sulle tracce di don Lorenzo Milani (Milano 2015), Shoah, conoscere per non dimenticare (Milano 2015), Progetto Leonardo (Milano 2016).

Ha esposto in numerose collettive e personali e sta lavorando a due volumi e tre mostre personali che si terranno nel 2017.
www.alessandrarepossi.com


È anzi mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s'interessa al male viene frustrato, perché non c'è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale.
Hannah Arendt
Scambio di lettere con Gershom Scholem


PREMESSA

Il ventesimo secolo ha visto guerre mondiali le più devastanti della storia, nella misura in cui i conflitti hanno coinvolto le nazioni alla ricerca di nuovi criteri di determinazione. Ripercorrendo brevemente il pensiero storico - filosofico sul periodo, non si può non riconoscere che i totalitarismi non sono stati evoluzioni delle istituzioni politiche precedenti o delle più antiche forme di oppressione statuale, ma sono nati dalla dissoluzione delle configurazioni sociali, civili e giuridiche esistenti, dalla riconduzione delle classi sociali a massa informe sulla quale è ben semplice far attecchire le tendenze ideologiche di élites portatrici di pensiero difforme, dall’affidamento del controllo ad un sistema di polizia e dall’elaborazione di un progetto di dominio sul mondo e di selezione dell’essere. Lasciando da parte le sollecitazioni all’analisi prettamente storica e raccogliendo l’assunto di una matrice ideologica di funzione sottesa ai fenomeni socio-politici, si può affermare che ogni concezione del mondo organizzato non è solo un mito, per dirla con Georges Sorel, utile come stimolo all’azione delle masse, ma si presenta come razionalizzazione di un sistema di valori che riflettono un’idea dell’uomo, del mondo, di Dio con la quale persuadere e informare l’azione: logica dell’Idea, che assume il carattere della necessità, della fatalità, della naturalità, come rispondenza ad un ordine interno motivato dalla natura, e della storicità, come soggetto di un ineludibile divenire storico.

SHOAH
Tra il 1941 e il 1945, in uno dei periodi più bui della storia contemporanea, si consuma in Europa l’annientamento fisico di quasi sei milioni di ebrei, legittimato da una visione, un progetto di sterminio del popolo ebraico e della cultura ebraica dall’Europa, veicolato da una capillare burocratizzazione dell’apparato statale, reso possibile da una paralisi del sociale che assiste inane agli eventi. Se alla base dell’orrore che determinò la Shoah ci fu una razionalizzazione dell’atto, non così nella ricerca, se non delle cause che è compito prettamente storico, della comprensione del divenuto. Non è possibile razionalizzare la morte programmata in virtù di una pretesa teoria di superiorità della razza e di creazione di un perfetto stato ariano. L’impossibilità di pensare l’abominio dell’Olocausto impedisce di spiegarlo e comprenderlo, di pensarlo considerandolo uno degli eventi della Storia disseminata di morti giustificati dalla logica della guerra. Ne consegue l’impossibilità di avvicinarlo alla concretezza dell’individualità e per contrario l’estensione generalizza e impoverisce ogni determinazione. Dove non c’è comprensione non c’è immaginazione.

RIPENSARE LA SHOAH: L’ANIMA NUDA
Se è vero che chi filosofa (filosofare è facoltà squisitamente umana) sopporta la complessità e abita nel chiaroscuro della riflessione, è auspicabile per ogni essere umano ripensare la Shoah, non soltanto attraverso la conoscenza del lavoro di revisionismo e analisi storico-politica, del racconto delle esperienze individuali, della lettura di saggi teologici e filosofici, è necessario ripensare la Shoah recuperando dall’oblio la storia di una umanità capace di riconsiderare se stessa, sopportando la memoria e la nudità dell’anima non sostenuta dalla ragione, in grado di guardare nell’abisso del suo essere stata e subirne l’orrore, quasi una catarsi per poter essere diversa.
Alessandra Repossi ha ripercorso i campi di concentramento, da Dachau a Treblinka, da Auschwitz a Gross-Rosen, da Mauthausen alla Risiera di San Sabba, tutti luoghi di raccolta, prigionia e sterminio dove ebrei, zingari, omosessuali, comunisti, malati psichici hanno vissuto l’esperienza dell’annientamento morale e fisico dell’essere umano. Ha spinto lo sguardo attraverso la finestra dell’Olocausto, dove è “possibile cogliere una rara immagine di cose altrimenti invisibili. Cose della massima importanza non soltanto per i responsabili, le vittime e i testimoni del crimine, ma anche per tutti coloro che sono vivi oggi e sperano di esserlo domani.” (Zygmunt Bauman, Modernità e Olocausto, Il Mulino, Bologna 1992, p. 5). Si è aggirata tra le architetture incombenti dei campi, tra i muri di recinzione e le baracche, scheletri di planimetrie e simulacri di volti e di nomi, ammettendo il colore e sostenendo la teoria di porte aperte oltre le quali non si riesce ad andare, quasi seguendo il divieto di una coscienza incapace di concepire la giustizia della legge morale.
Da questo pellegrinaggio è nato il progetto espositivo della mostra illustrata in questo catalogo, Un solo grande silenzio - La Shoah. Emblema di ogni affronto alla vita, nel quale la ricerca fotografica della Repossi esplora la memoria attraverso le testimonianze architettoniche dei luoghi, con un linguaggio rigoroso e meditato, contraltare alla irrazionalità e alla perdita di controllo e alla istintualità che determinano gli abomini. Con questa consapevolezza, la narrazione delle volumetrie e degli spazi, controllata e speculativa, giocata sulla linearità ed essenzialità delle geometrie costruttive, utilizza un linguaggio quasi poetico, poeticità melanconica del ricordo della sofferenza che non cerca la sovrabbondanza della rappresentazione per suggestionare con violenza, piuttosto lascia alla levigata nitidezza delle immagini il potenziale di denuncia e di evocazione. Non c’è rivelazione della bellezza immanente delle cose, i soggetti rimandano un altro tempo, nel riemergere di evanescenze fugate dalla luce naturale. Il silenzio che abita i siti accompagna chi guarda, dalla finestra come limite compositivo che sottolinea l’unicità del posto, teatro di eventi altrettanto unici, nel rimando di echi ineludibili alla coscienza dei vivi, all’ angoscia che urla muta, dalle braccia alzate di un prigioniero, emblema di milioni di prigionieri, all’assenza di Dio sui campi di sterminio.

All’indomani della fine della seconda guerra mondiale, T.W. Adorno in un suo saggio, Critica della cultura e della società, sentenziava: “Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie”, affermazione che rivide e capovolse, in seguito, giungendo a sottolineare non solo la possibilità, ma la necessità di fare poesia dopo Auschwitz. L’arte ha il dovere di dare voce alle vittime della Shoah.
Come tutti i linguaggi, l’arte è frutto di una contestualizzazione che la rende prodotto del suo tempo, se, inoltre, rinuncia ad integrarsi, come voce del pensiero dominante, diventa coscienza etica, pronta a raccogliere la sfida della testimonianza e della denuncia. L’arte contemporanea, come già l’arte moderna, ha raccolto la sollecitazione a intendere e giudicare e si è fatta carico di tutto il suo potenziale eversivo. Essa racconta la sua storia, lontana dalla storiografia ufficiale o dalla relazione documentarista, sedimenta gli accadimenti nella forma, per una sorta di vocazione a considerare la propria energia come unica realtà sostanziale, affidando all’immagine il compito di far emergere voci altre e conservando sempre intatta la capacità di generare su se stessa. Come la memoria non è strutturata, non si costituisce pienamente, evoca e suggerisce, quasi per virtù medianica.
La forma, nel percorso fotografico di Alessandra Repossi, ha coscienza di sé, e nella sua consapevolezza di essere opera non ci offre il conforto della esplicazione scritta o della indicazione di un dove-quando, non si veste di sillogismi tesi alla pacificazione della mente, sa del suo tratto distintivo e del giudizio sul mondo dal quale non può esimersi, ma conoscendo i suoi limiti, visto che, comunque, è mediata dal codificante del mondo stesso che addita, forte del suo ruolo, rimanda all’anima delle cose che testimonia, come luogo del sentimento e della volontà generativa dell’alterità, deliberandosi, nella rappresentazione che ne dà, incompiuta e sempre alla ricerca dell’iste ipse.

Carmela Infarinato      
                  


   Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.
 Primo Levi

  Il percorso

 Come altri milioni di persone, ho radicata in me la ferita della Shoah, non per esperienza familiare, ma per un profondo senso di giustizia che ho coltivato nel tempo e che, attraverso letture e riflessioni, mi ha portato, tempo fa, a cercare di sensibilizzare le persone che incontravo (in primis i giovani) sul genocidio degli ebrei e, in senso lato, sull’affronto alla vita da parte di qualunque forma di estremismo.

Ho visitato tantissimi campi di prigionia, concentramento e sterminio, dai più spogli come quello di Dachau, nei pressi di Monaco, dove non è rimasto quasi nulla se non un edificio e il tracciato delle baracche dei deportati, a quello di Auschwitz (Oświęcim in polacco), forse il più tremendo e difficile da visitare, dove milioni di valigie, occhiali, scarpe formano montagne di fronte alle quali è impossibile rimanere indifferenti, dove ci si trova davanti il muro delle esecuzioni, crivellato di colpi, dove si vedono i forni crematori, dove decine di sopravvissuti tornano per ricordare gli amici e i familiari scomparsi. E poi Mauthausen in Austria, Gross Rosen, Majdanek e Treblinka in Polonia, terminando il viaggio alla poco nota Risiera di San Sabba, vicino a Trieste.

 

Non c’è niente di peggio dell’immagine nitida di un concetto sfocato.
Ansel Adams

Le immagini

 

Quando ho deciso di raccontare questo percorso/pellegrinaggio, fisico e interiore, con le immagini, mi sono chiesta quale forma avrei scelto, se il colore o il bianco e nero, se il piccolo o il grande formato. Non si tratta certo di domande facili e, per cercare di rispondere, ho iniziato a riflettere sul rapporto tra il tema scelto per la mostra, così impegnativo, e il mezzo fotografico in sé.

Innanzitutto, per me la fotografia si sviluppa seguendo una grande parabola che offre diversi e successivi livelli di lettura/penetrazione del reale: dalla sua espressione più immediata, che oggi possiamo identificare con il selfie in cui tutti ci immortaliamo davanti a un luogo, con o senza altre persone, per testimoniare il nostro passaggio, fino alla fotografia concettuale, che in termini ultrasintetici e arbitrari (possiamo anche dire artistici) interpreta quello stesso luogo cogliendone il significato assoluto, intrinseco, che il fotografo percepisce con la mente e con l’occhio. Questo moto di avvicinamento al significato di un luogo è di fatto lo stimolo che muove in prima battuta il fotografo, il quale, attraverso le immagini, intende comunicare qualcosa, muovendo alla riflessione anche chi guarda.

Secondo: essendo questa prima di tutto una narrazione e poi un percorso espositivo, bisogna considerare che c’è molta differenza tra una foto singola, che può essere letta a sé, isolata dal contesto, e una serie di fotografie scelte per costruire la narrazione/il percorso espositivo, dove ogni immagine ha la propria ragione d’essere in un discorso unico e progressivo, ciascuna foto occupa un posto preciso all’interno di una sequenza scandita dalla progressione, ma anche dalla distanza tra l’una e l’altra immagine: a coppie, se il messaggio è in due tempi, singole se ogni fotografia parla da sé. È questa scansione, in definitiva, che rafforza, completa e articola efficacemente il messaggio.

C’era poi la questione fondante della scelta cromatica tra il bianco e nero e il colore. Anche se il concetto di lettura della realtà a cui accennavo prima meriterebbe un’analisi adeguata, voglio qui riferirmi esclusivamente a quello che in linguistica si chiamerebbe “significante”, cioè alla forma che in un rapporto necessario rimanda a un contenuto: io lavoro anche e soprattutto con il b/n, ma in questo percorso ho scelto il colore perché la mia foto risulta così più evocativa, più “concettuale” ma nel senso più semplice del termine; parte cioè da un pensiero profondo, da una riflessione, non mira assolutamente a colpire l’occhio con immagini visivamente forti (i forni crematori, ad esempio, che ho deciso di non inserire), ma a scuotere la coscienza dell’osservatore invitandolo a ragionare, a pensare, a vedere il contenuto vero, reale, al di là del particolare che gli mostro in foto, che nelle mie intenzioni rappresenta la parte necessaria a far comprendere, a mostrare, il tutto da cui ha origine, e cioè l’orrore dei campi di concentramento e la Shoah.

Per questo mi è parsa sin da subito corretta la scelta di mostrare la luce viva e in alcuni momenti accecante, i forti contrasti, le linee essenziali, che sono poi lo stilema a me più caro. Ho concepito il progetto come un percorso di avvicinamento in cui il visitatore si cala progressivamente nell’esperienza emozionale di chi, allora, ha subito la Shoah, ma con i toni compositivi assolutamente sobri che tale percorso richiede: nessuna fotografia sensazionale, solo immagini terse, sintetiche, che intendono suscitare riflessioni ma non offendere la sensibilità, foto in cui non è importante riconoscere il luogo esatto, ma cogliere un messaggio che emerge con forza dal silenzio: “il solo grande silenzio” del titolo è quello che risuona, identico, in tutti i campi di prigionia, concentramento e sterminio che ho visitato, indipendentemente dal paese in cui si trovavano.

C’è infine un ultimo aspetto. Ogni immagine, in generale, contiene più di quel che si vede, e questa è una caratteristica meravigliosa della fotografia: ogni volta che inquadriamo, scattiamo, cristallizziamo un istante, rendiamo eterno un momento solo apparentemente reale. Spesso, infatti, a una seconda o terza lettura, ogni fotografia mostra altri particolari che al momento dello scatto non abbiamo notato. Il discorso vale per tutti i tipi di foto, da quella di gruppo del Natale in famiglia (dove il cagnolino, non visto, si intrufola e magari saltella) a quella di cronaca, in cui il fotografo ha pochi decimi di secondo per inquadrare e scattare, senza magari percepire in quel momento tutta la porzione di realtà che sta immortalando. Ed è interessante notare che necessariamente, in una certa misura, quella che si inquadra è soltanto una porzione di vero e che di conseguenza il fotografo, persino il fotogiornalista, opera sempre una scelta: taglia fuori qualcosa, inserisce nell’inquadratura qualcos’altro. E anche in un’altra misura, quella dei contenuti (ideologici, concettuali ecc.), del significato, la “realtà” che si inquadra è per forza di cose parziale, ed è da questo che deriva la grande potenza della fotografia, nel bene e anche nel male, perché può essere utilizzata per celare volutamente la verità, per guidare l’opinione pubblica in precise direzioni e tanto altro. E, parlando di Shoah, il pericolo risultava enorme, in quanto la mera scelta dei soggetti avrebbe potuto fare la differenza tra invitare alla riflessione e suscitare rifiuto e orrore nel tentativo di “scioccare” il pubblico.

Mostrare fotografie dei forni crematori o dei cadaveri è un espediente facile: chi guarda posa gli occhi per un secondo e poi li ritrae disgustato, blocca il pensiero, rifiuta. Il mio obiettivo invece è stato, al contrario, invitare lo spettatore a riflettere, e questo poteva accadere più facilmente, secondo me, mostrando fotografie esteticamente belle, equilibrate, piene di luce e colore, sulle quali l’occhio si sarebbe posato lasciando a quel punto libero il pensiero per ricordare, la fantasia per immaginare l’orrore. E a quel punto il percorso espositivo avrebbe fatto il suo mestiere e le persone sarebbero tornate alle proprie vite con la traccia di ciò che avevano visto e, soprattutto, con un rinnovato pensiero sulla Shoah.

Queste sono le riflessioni che mi hanno portato a condividere ed esporre il mio percorso di lettura della Shoah attraverso la fotografia, un percorso che non ha altro scopo se non quello di proporre alla coscienza di chi guarda un nuovo strumento di conoscenza di questo atroce capitolo della nostra storia recente.

Alessandra Repossi


 

 



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