17/09/2017
MirĂ² e Marino - I colori del Mediterraneo

Poesia Mediterranea

Ambra Tuci


La mostra “Miró e Marino i colori del Mediterraneo” nasce dall’idea di dare rilievo all’anima pittorica di Marino Marini e di avvicinare pertanto le sue opere, in un gioco di assonanze, ad uno dei più rivoluzionari pittori del novecento: Joan Miró.

Marino ha infatti più volte dichiarato di aver sempre avuto bisogno della suggestione sensoriale del colore per dare inizio ad una forma: ”[…] E’ il colore che mi da la spinta e il sentimento per fare qualcosa di creativo. Così comincio con il colore e dopo il colore vedo una linea e vedo una forma”.

Miró e Marino sono entrati in contatto negli anni Cinquanta grazie alla frequentazione dell’atelier di Fernand Mourlot a Parigi dove entrambi, insieme a Chagall, Picasso e altri grandi maestri contemporanei, andavano a stampare le loro litografie e il loro incontro ha sicuramente dato vita ad un rapporto amichevole e caloroso testimoniato anche dalla moglie Marina, nel suo libro autobiografico “Con Marino”

 

Se già ad un primo sguardo le loro opere mostrano assonanze evidenti, ad uno studio più approfondito le ‘affinità elettive’ sono molteplici e i rimandi ai temi e ai contenuti dei due artisti divengono molto interessanti.

Appare evidente nella volontà di entrambi la ricerca della semplicità, una semplicità primigenia, trovata dopo aver spogliato la realtà di qualunque tipo di sovrastruttura. Miró afferma: ”[…] le cose più semplici mi danno le idee. Il piatto in cui un contadino mangia la minestra è per me più interessante dei piatti ridicolmente ricchi di gente ricca. L’arte popolare mi ha sempre commosso” la stessa urgenza nella ricerca di un’ essenza primordiale, di un’origine, farà dire a Marino:“[…] a me piace andare alla fonte delle cose, per esempio gli etruschi – una forma rinascimentale non può interessarmi perché è una forma già sviluppata, già definita, già talmente perfetta che sei quasi a metà della cosa. A me interessa il nocciolo , la radice (…)”.

 

La mancanza di limiti prospettici, la stessa che si percepisce in certi pomeriggi estivi sospesi in un non spazio e in un non tempo, che obnubila i sensi e fa perdere la razionalità, la ritroviamo nei dipinti di Miró così come in quelli di Marino. Forme isolate, campiture di nero assoluto e di colori primari, quasi grafiche, creano confini netti nello spazio nudo, come tagliato dalla luce potente del sole. Un sole o una luna enorme che talvolta appare come astro protagonista nei dipinti e nelle grafiche dei due artisti.

La vicinanza alla natura, la curiosità onnivora verso i materiali e la sperimentazione tecnica uniscono i due in un viaggio che li porta spesso a risultati complementari: c’è un senso ludico delle cose, un fondo giocoso che emerge prepotentemente dalle loro tele, nonostante la tragedia, nonostante Marino dichiari rispetto alla sua produzione di Cavalieri rovesciati divenuti Gridi, Fossili e Composizioni di Elementi che “Il periodo ultimo della mia scultura è piuttosto espressionista perché anche il mondo è tutto espressionista, è tutto inquieto: oggi si vive in questo mondo” e Miró sottolinei che “se c’è qualcosa di divertente nei miei dipinti, è qualcosa che non ho cercato consapevolmente. Questo umorismo viene forse dalla necessità di sfuggire al lato tragico del mio temperamento”.

Indubbiamente l’azzurra vastità dei cieli del sud e la luce abbagliante di queste terre hanno influenzato la visione dei due artisti, allontanandoli dall’inquietudine del ‘mistero nordico’ che Marino ha colto una volta giunto ai piedi delle alpi svizzere, per donare alle loro opere una ‘poesia mediterranea’ che avvolge, arrotonda, addolcisce la visione del reale.

 



linea